Di recente ho ascoltato un'intervista rilasciata da un noto traduttore e professore di lingua e letteratura giapponese che ammiro davvero molto, basti pensare che il primo romanzo giapponese che io abbia mai letto in italiano porta la sua firma ed è stato una delle spinte verso i miei studi nipponistici (il libro era "Kitchen", riletto alcuni mesi fa con il Monogatari Club). Un vero mito per chi traduce e per chi studia il giapponese.
A un certo punto del podcast si parlava di quanto gli scaffali delle librerie italiane si siano recentemente arricchiti di autori giapponesi, ma non tutti i titoli di questo boom - a detta dell'intervistato - sarebbero meritevoli di lettura, ad esempio quelli che hanno gatti nei titoli. Così mi sono trovata a pensare: è davvero così? I famosi libri "consolatori" sono da considerare inferiori rispetto ad altri?
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| Libro giapponese e gatto italiano |
La riflessione mi è venuta spontanea anche perché questo professore veniva intervistato in particolare per i suoi lavori di traduzione di Murakami Haruki, autore sicuramente celebre e prolifico, abile e in un certo senso innovatore, ma... "alto"? A mio modo di vedere no. La mia è un'opinione personalissima, condivisibile o meno, che non esporrei se non fosse questo il contesto e che non vuole essere una critica né all'autore, che è chiaramente molto bravo, né al traduttore, che come ho già detto apprezzo tantissimo.
Mi chiedo: in un momento storico di crisi (editoriale e non solo) in cui si vendono e leggono sempre meno libri, l'intelligenza artificiale si insinua ovunque, persone di ogni genere si auto-pubblicano senza passare al vaglio di nessuno o sono invitate a pubblicare i loro "contenuti" per sfruttarne la community social di riferimento, è il caso di criticare le proposte delle case editrici che puntano su autori e titoli di sicuro appeal ma comunque curati come si deve? E poi, diciamolo: i gatti non sono mai troppi!
Personalmente non disdegno nulla se non le cose fatte male. I libri non fanno eccezione, non hanno più o meno valore di ogni altra cosa. Per questo un libro ben curato che abbia tra le sue caratteristiche un'atmosfera calma e rassicurante, un linguaggio chiaro ed evocativo e faccia nascere pensieri positivi lo considero un prodotto letterario del tutto degno di essere letto e assimilato. Non lo trovo una perdita di tempo né un'occasione mancata di elevarmi. Di sicuro non mi peggiora. Spesso anzi trovo che proprio questi libri diano spunti di riflessione e discussione, magari non accademica ma personale e relazionale.
Questo rispecchia molto la dinamica dei gruppi di lettura, come il nostro. Forse al professore questo genere di libri non piace perché dal suo punto di vista le discussioni letterarie sono altre, ma le librerie come i ristoranti devono sapere offrire cibo per l'anima di tutti, possibilmente preparato con cura. E poi non è forse bella la varietà?
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate anche voi.
P.S.: a proposito di libri giapponesi con i gatti, neanche a farlo apposta nel prossimo incontro del 26/10/26 discuteremo "Cronache di un gatto viaggiatore" di Hiro Arikawa. Sono molto curiosa di vedere cosa pensa il gruppo di questo libro e del discorso più in generale.

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